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19 luglio 2018

L’olivo in via D’Amelio (clicca per ingrandire)

di Marcello Campomori

Volti cupi, segnati dalla loro violenza, volti che non sanno guardare l’altro se non per carpirlo, per offenderlo, per ferirlo. Terrorizzati dal loro stesso terrore, incapaci di guardare la realtà e intuire la bellezza, vagano da una violenza all’altra finendo prigionieri della rete sempre più soffocante che si sono costruiti con le loro stesse mani sporche di violenza. Al contrario, le persone che cercano la pace, riconoscono la differenza tra occhi rapaci e occhi che cercano la comunione.

La solitudine in cui piomba il mafioso non è forse un anticipare l’inferno?! La totale assenza di comunione, la fuga nella violenza, spezzano ogni autentico legame che trasmette la vita. L’ostentazione della loro potenza è uno scudo che mano a mano costruisce il muro del silenzio e della solitudine, popolato solo da nemici.

Il mafioso perde il gusto della parola, nascondendo la sua incapacità dietro un vigliacco pizzino, eco di una bocca sigillata dalla paura. La storia vista alla rovescio ci fa dire che i morti che camminano non sono coloro che offrono la vita liberamente, ma quelli che dalla vita scappano, in fuga verso il deserto delle relazioni, là dove nessuno li ascolta, neanche i familiari, inghiottiti dalla nebbia della paura.

Allora noi vogliamo essere quelli non solo che guardano la storia al contrario, ma che ci camminano dentro con questa certezza, che il vero meschino è il mafioso. Vogliamo giocarci fino in fondo il dono della parola e della memoria per dare un senso, un motivo, una speranza alla nostra presenza. Chi ci ha preceduto nell’offerta della vita non solo traccia la strada, ma sostiene i nostri passi. Questo giorno della memoria ci racconta questa verità; chi offre la vita crea un ponte che non spezza il legame tra chi parte e chi resta.

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