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Processo trattativa, Di Matteo: ”Tra vertici Ros e Cosa nostra ci fu una trattativa politica”

di matteo requisitoria 20171215Nella requisitoria il pm parla anche della sostituzione Scotti-Mancino
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari
“Ci fu una trattativa politica tra i vertici del Ros dei carabinieri e i vertici di Cosa nostra”. Nino Di Matteo scandisce le parole mentre, durante la requisitoria, affronta il capitolo degli incontri che gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno hanno avuto con l’ex sindaco mafioso, Vito Ciancimino. Tra i motivi che portarono i vertici del Ros a scegliere quel canale il pm mette in evidenza l’esistenza di un rapporto pregresso tra Subranni, Comandante del Ros, e lo stesso don Vito: “Non ci sono solo le dichiarazioni del figlio, Massimo. Nelle carte acquisite di una perquisizione nei confronti di Vito Ciancimino antecedente il primo arresto del 1984 sono presenti due biglietti augurali. Non sono biglietti di Vito Ciancimino a Subranni, ma al contrario. Nel secondo è scritto ‘grazie per le sue felicitazioni’ per l’avanzamento di grado. Che avviene il 22 maggio 1978. Dopo quella data Subranni sente il bisogno di ringraziare Vito Ciancimino. In aula, al processo Mori, l’allora comandante del Reparto Operativo di Palermo Subranni ha negato di avere mai avuto rapporti con Ciancimino. Ancora i biglietti non erano emersi, ha mentito”. Il Sostituto procuratore nazionale antimafia sottolinea che all’epoca già c’erano state relazioni della Commissione antimafia o dei carabinieri, a firma di Carlo Alberto dalla Chiesa, che già descrivevano il ruolo di Ciancimino in seno a Cosa nostra.
C’erano poi i rapporto tra Massimo Ciancimino e Giuseppe De Donno e quelli tra Mario Mori ed i fratelli Ghiron, uno dei quali era proprio legale del ex sindaco palermitano.
“Per condurre una trattativa politica con i capi della mafia – spiega Di Matteo – Vito Ciancimino rappresentava l’anello di collegamento ideale, già erano emersi i fatti che lo vedevano legato alla mafia di Corleone, Subranni aveva avuto rapporti e Mori, che doveva essere la testa di ariete di questa trattativa, doveva sperimentare il collegamento con l’avvocato internazionalista Giorgio Ghiron con il quale si erano avuti i contatti in riferimento alle torbide vicende quando questi, alla fine degli anni Settanta, operavano per conto dei Servizi, quando Mori apparteneva al Sid”. Caso vuole che sarà proprio Ghiron ad occuparsi della richiesta di passaporto di Vito Ciancimino, che poi porterà all’arresto di quest’ultimo.

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Vito Ciancimino © Letizia Battaglia

Mori, De Donno e la trattativa
Nel suo intervento Di Matteo affronta la requisitoria con il sollievo di chi ha il dovere di sottolineare ciò che nel dibattito pubblico si fatica a riconoscere. Ancora oggi c’è chi parla di teoremi fantasiosi dei pm, di pseudo trattativa, o di un’accusa costruita sulle sole dichiarazioni di Massimo Ciancimino.
“Prima ancora dei pentiti e di Massimo Ciancimino, altri hanno parlato di trattativa – ricorda il magistrato – Sono stati proprio gli imputati Mori e Donno a lasciarsi sfuggire la parola trattativa durante la loro deposizione al processo per la strage di Firenze. Era il 1998, ancora nessuno aveva parlato di trattativa”. Il pm cita il verbale della deposizione di Mori, quello del 27 gennaio 1998: “Dissi a Ciancimino, ormai c’è un muro contro muro. Ma non si può parlare con questa gente?”.
Per la difesa quell’azione rientrava in una strategia investigativa ma per i pm del pool quelle parole nascondono ben altro: “Ma quale attività investigativa, come si sono sempre difesi i carabinieri. Il comandante di un reparto di eccellenza va da un soggetto che sa in contatto con Provenzano e parla di muro contro muro come se fosse strano. Che cos’è questa se non già una proposta di mettersi d’accordo per far venire meno il muro contro muro? Ha ragione Riina quando dice ‘mi hanno cercato loro!. Altro che presunta trattativa – dice alzando la voce il pm – altro che pseudo trattativa, altro che patacca trattativa, altro che processo nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Furono Mori e De Donno ad utilizzare l’espressione trattativa dopo che era emersa la notizia delle dichiarazioni del pentito Brusca, che nel 1996 aveva parlato del papello di Riina”.
Secondo i pubblici ministeri, all’epoca i due ufficiali parlarono di trattativa “perché erano sicuri della loro impunità”. Un’impunità che secondo il pm veniva rafforzata “dall’incredibile inerzia della magistratura di fronte a ciò di cui il Ros di Mori si era reso protagonista, come la mancata perquisizione del covo di Riina, l’inganno della vigilanza della casa di Riina, la mancata cattura di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore ed il rifiuto a collaborare con il tragico epilogo della vicenda Ilardo, quando il confidente li aveva portati a poter catturare Bernardo Provenzano già nel 1995”.
Ad anni di distanza in un’altra sentenza di Firenze, quella contro Tagliavia, scriveranno che “una trattativa ci fu e venne inizialmente impostata con un do ut des. L’iniziativa fu degli uomini delle istituzioni, per far cessare le stragi. Ciancimino fu ritenuto la persona più adatta per far arrivare un messaggio alla Cupola”. Dice Di Matteo: “Si rassegnino certi commentatori. Una sentenza ormai definitiva dice che una trattativa si verificò”.

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Mario Mori © Ansa

La linea della fermezza
Rivolgendosi alla corte il pm ricorda le parole di Giuffré rispetto a quando Provenzano gli disse “Vito Ciancimino è in missione per Cosa nostra”. “Mori e De Donno – aggiunge Di Matteo – a loro volta erano in missione segreta per conto di quella parte del potere rappresentato anche da uomini delle istituzioni che deviando volevano abbandonare la linea della fermezza per abbracciare quella della mediazione. Quella parte di Stato che aveva finto di non comprendere il ministro Scotti. E quella parte venne coltivata dietro le quinte sfruttando la spregiudicatezza di Mori, sempre abituato a muoversi come un uomo dei servizi in spregio all’Autorità Giudiziaria. Mori dopo aver lasciato il servizio da ufficiale dei Carabinieri ha continuato a muoversi in quell’ottica propria del periodo in cui era ai Servizi”.
Di Matteo ricorda, dunque, che dalle verifiche effettuate nei vari archivi (Ros, Aisi, Aise) sulle indagini riguardanti Vito Ciancimino “non c’è nulla, una riga, un’annotazione, una relazione di servizio o un appunto manoscritto che si riferisca ai rapporti e agli incontri tra Mori e Vito Ciancimino. C’è solo un’annotazione postuma, fatta da Mori, alle dichiarazioni di Brusca a Firenze. Prima e dopo il 1992 vengono conservate anche le notizie più insignificanti. Ma nel ’92, quando c’erano gli incontri a casa di Vito Ciancimino, i carabinieri non lasciano una traccia, né degli incontri, né di quelli con la Ferraro, Fernanda Contri, Violante. Non c’è nulla. Sembra di rievocare quello che in quest’aula Giraudo ci ha detto in riferimento al protocollo fantasma”.
Pezzi mancanti come quelli rispetto al fascicolo del Ros sulla strage di via d’Amelio. “Qui – dice Di Matteo – manca completamente ogni generico riferimento all’incontro del 25 giugno 1992 alla caserma di Carini tra Borsellino, Mori e De Donno. Incontro di cui le autorità giudiziarie di Palermo e Caltanissetta vennero a conoscenza dall’agenda grigia del giudice. Gli imputati dicono che l’oggetto di quell’incontro era l’approfondimento di mafia-appalti. Ma se così fosse restano inspiegabili l’assenza di annotazioni. Mori e De Donno avrebbero avuto il dovere e l’interesse personale di informare i magistrati che si occupavano della strage.
Il 20 luglio ’92 si sarebbero dovuti recare dai magistrati. Niente! Silenzio, nonostante gli ottimi rapporti con la procura di Caltanissetta”. Un silenzio che durerà fino al 1997 quando si pente Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, portando con sé anche la polemica sul famoso rapporto mafia-appalti.
Secondo il pm, che ricorda anche le parole di Borsellino nel celebre intervento del 25 giugno 1992 a Casa professa, “l’oggetto vero dell’incontro avuto con i Ros prendeva spunto dal ‘Corvo 2’ e quindi lambiva troppo pericolosamente l’argomento della trattativa con Vito Ciancimino. Quell’anonimo parlava di un dialogo ed una trattativa in corso tra un’ala della Dc, Mannino e Riina”.

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Vincenzo Scotti © Imagoeconomica

L’intransigenza di Scotti
Quel dialogo tra i carabinieri e l’ex sindaco mafioso di Palermo si inserisce in un clima politico piuttosto complesso. A fare da contraltare ad una “diffusa omertà istituzionale” vi era all’epoca “l’intransigenza e il coraggio” dell’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Nel marzo del ’92, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima, denunciò più volte un allarme attentati ad esponenti delle istituzioni parlando di un rischio di ”destabilizzazioni delle istituzioni”, ma l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo giudicò un ‘‘venditore di patacche”. Di Matteo ricorda alla Corte le parole pronunciate da Scotti in sua difesa, e l’audizione dello stesso e del Capo della polizia Parisi il 20 marzo 1992 davanti alla Commissione affari Costituzionali e Interni della Camera.
Alla luce di quegli interventi collegare l’allarme dell’ex ministro degli Interni alle sole dichiarazioni di Elio Ciolini, personaggio legato ai servizi deviati e alla P2 che il 6 marzo 1992 (prima dell’omicidio Lima) aveva annunciato che vi sarebbe stato un assassinio politico e che si sarebbe data colpa alla mafia, è “un falso”.
Al tempo vi erano minacce, intimidazioni, e note dei servizi di sicurezza. Addirittura in una del Sisde, datata 5 febbraio, in cui si parlava di eventi delittuosi in vista della successiva campagna.
Di Matteo mette in evidenza che a livello istituzionale si aveva la consapevolezza di quanto sarebbe potuto succedere con circolari che parlavano di un pericolo di attentati che avrebbero coinvolto Mannino, Vizzini e lo stesso Andreotti attraverso la possibilità di un sequestro di un familiare. E ciò avviene nello stesso momento in cui i mafiosi progettavano proprio questo tipo di attentati.
A chi ne chiedeva le dimissioni e lo accusava di creare allarmismo lo stesso Scotti rispondeva: “Non lancio un allarme sociale a cuor leggero… Nascondere ai cittadini che siamo vicini alla destabilizzazione è un errore gravissimo e va detta la verità. Io me ne assumo la responsabilità. Se qualcuno mi dimostra che non è vero do le mie dimissioni. Le gente deve sapere, siamo un paese di misteri”.
La linea politica di Scotti, secondo l’accusa, era chiara: “nessuna mediazione, nessun compromesso, chiarezza nei confronti dell’opinioni pubblica. A fronte di un parlamento, di un ceto politico che neppure dopo che le previsioni di Scotti si avverarono, si pose il problema di considerare cosa ci fosse dietro quell’allarme”. Al contrario vi fu un isolamento dell’allora ministro degli Interni.
Nonostante questa situazione non facile subito dopo la strage di Capaci l’asse Martelli/Scotti fece approvare il decreto legge “8 giugno 1992”. Quello che introduce il 41 bis e che prevedeva una nuova figura di reato in riferimento alle misure patrimoniali e la confisca dei beni per il condannato per mafia. Un decreto che introduceva anche la detenzione extra carceraria per i collaboratori di giustizia. “Quel decreto – afferma Di Matteo – costituiva una svolta in mano ai magistrati. Una ‘spada di Damocle’ per Riina ed i vertici di Cosa nostra proprio sui soldi i pentiti ed il carcere. Quello rappresentò anche agli occhi degli uomini di Cosa nostra, un decreto che nasce sull’asse Martelli-Scotti. Eppure si scatenarono subito, all’indomani, reazioni indignate a tutti i livelli: politici, giornalistici, nell’ambiente dell’avvocatura e non marginali settori della magistratura. Si paventava una presunta incostituzionalità in particolare del 41 bis”. E’ stato l’ex ministro della Giustizia Martelli a parlare della contrarietà al decreto da parte dei due partiti maggiori, Dc e Psi.
“La linea della fermezza di Scotti era diventata un pericolo per la trattativa – conclude il pm – E per questo fu sostituito, con Nicola Mancino“. E’ l’ultimo tema affrontato, con la requisitoria che riprenderà il prossimo 20 dicembre.

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da AntimafiaDuemila.com

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