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In Primo Piano

“Con #latrattativa raccontiamo la Storia per capire il presente”
guzzanti-sabina-effect-0di Aaron Pettinari - 10 settembre 2014


(VIDEO all'interno)
Che vi sarebbero state polemiche per un film che parla di un tema come la trattativa tra Stato e mafia era abbastanza scontato. Del resto se l'iter per la realizzazione è stato irto di ostacoli anche la fase successiva, ovvero la visione nelle sale (che prenderà il via ad ottobre) dopo la presentazione ufficiale fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, non poteva essere una semplice passeggiata. Ciò che Sabina Guzzanti forse non si aspettava è che a muovere una delle prime critiche sarebbe stato l'ex procuratore Gian Carlo Caselli, che a Palermo è stato sette anni nel tempo immediatamente successivo alle stragi.
“Chiariamo subito una cosa – dice la Guzzanti - i meriti dell’ex procuratore di Palermo non sono minimamente messi in discussione nel film ed è proprio per questo motivo che la critica mossa da Caselli è stata tanto inattesa. Ciò che gli ha dato fastidio, da quel che ho potuto leggere nella sua lettera, è il modo in cui è stata raccontata, usando le stesse parole dell'ex pm, “una pagina grave e oscura come la mancata perquisizione del covo”. Non si contesta l'episodio anche perché è basato su quanto da lui raccontato sia in Tribunale che per telefono. Dice che nella rappresentazione ho usato una “tecnica da cabaret” e certo non è la prima volta che mi capita di ricevere lezioni non richieste su cosa sia la “vera satira” e quali siano i suoi presunti limiti. Ma ovviamente non mi aspettavo che anche il dottor Caselli si risentisse in questa maniera. Del resto se ho realizzato questo film è anche grazie all'esempio di figure come la sua”.

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Appuntamenti

21

Set

2014

Bruno Caccia, il diritto alla verità - Milano, venerdì 3 ottobre 2014 PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione 19luglio1992.com   
di Redazione 19luglio1992.com - 21 settembre 2014

Appuntamento a Milano venerdì 3 ottobre, ore 18.15, Sala Alessi - Palazzo Marino
Riaprire le indagini sull'omicidio di Bruno Caccia. Lo chiedono i figli del Procuratore di Torino ucciso il 26 giugno 1983. Colmare le lacune lasciate dai processi nella ricostruzione dei fatti, individuare i grossi interessi criminali, non solo mafiosi, messi a rischio dall'azione del magistrato ucciso.
Ne parliamo con: Paola e Guido Caccia, Fabio Repici (avvocato famiglia Caccia), Mario Vaudano (ex magistrato a Torino consulente famiglia Caccia), Fosca Nomis (Presidente Commissione Antimafia a Torino), Nando dalla Chiesa, David Gentili (
evento facebook).

Redazione 19luglio1992.com

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21

Set

2014

Dopo nove anni concerto per Federico Aldrovandi, 'eroe' suo malgrado PDF Stampa E-mail
Scritto da Filippo Vendemmiati   

di Filippo Vendemmiati - 20 settembre 2014

Sono passati nove anni dalla morte di Federico Aldrovandi, sono tanti e si sentono tutti. Mi torna alla mente quasi come un’ossessione il commento dell’avvocato Giacomo Venturi dopo la sentenza di condanna di primo grado per i quattro agenti, oggi definitiva:  “Ci si sente male, perché non doveva essere così complesso. Non c’era bisogno di farne un paradigma della società civile contro le istituzioni che impediscono l’accertamento della verità. Le sentenze non restituiscono una vita. Si sta male come se non fosse successo niente”. 
Cosa è cambiato in questi nove anni, il sacrificio di Federico è servito a qualcosa, o è davvero ancora come se non fosse successo niente? Fatico a trovare una risposta univoca. Se il metro di giudizio sono le leggi e i diritti constato con amarezza che no, non è cambiato niente. La legge per l’introduzione sul reato di tortura vegeta nelle commissioni parlamentari da più di 25 anni, il codice identificativo per le forze dell’ordine resta un tabù, agenti sottopagati e impreparati a gestire situazioni “delicate”, una cultura dell’omertà di chi si sente fuori e oltre la legge, uno Stato che protegge e non si libera delle “mele marce”, perché è l’albero forse prima di tutto ad essere infetto. Dopo Federico altri casi di violenza e di morte, circostanze a volte diverse, ma modalità processuali drammaticamente simili: l’indagine sulla vittima, sui suoi costumi (era un drogato, un tossico, un poco di buono che insomma se l’è cercata). 

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18

Set

2014

Capaci bis: dal rinvenimento della torcia ai guanti di lattice PDF Stampa E-mail
Scritto da Aaron Pettinari   
capaci-web1di Aaron Pettinari - 18 settembre 2014

In aula si comincia dalle "piste alternative"
Un sacchetto di carta, una torcia elettrica, un tubetto di mastice marca Arexons e dei guanti di lattice. Per lungo tempo si è ritenuto che questi oggetti, rinvenuti a 63 metri dal “gran botto” di Capaci, potessero essere stati portati nel luogo della strage da mani esterne di Cosa nostra. Grazie ai rilevamenti compiuti ad oltre vent'anni di distanza sugli stessi è stata rinvenuta un'impronta (l'indice della mano destra) di Salvatore Biondo - uno dei boss già condannati per la strage - sulla pila inserita all'interno della torcia. Una prova ritenuta dalla Procura come decisiva per ricostruire l'esecuzione di un massacro. Inizia così, affrontando in qualche modo il tema delle “piste alternative”, il dibattimento “Capaci bis” che si sta svolgendo a Caltanissetta innanzi alla corte d'Assise, presieduta da Antonio Balsamo. Imputati i boss Salvino Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. A salire sul banco dei testimoni questa mattina sono stati Vito Genova, Alessandro Ricerca e Vincenzo Mannino. Il primo, assieme a Giulio Musso ed Antonino Cilluffo, fu parte di quel gruppo di amici che, giunti sul luogo della strage. Per primi trovarono proprio quegli oggetti ad appena sessantatré metri dal luogo dell’esplosione verso la strada provinciale per Capaci.

Rispondendo alle domande dei pm Stefano Luciani, Lia Sava ed Onelio Dodero, Vito Genova, che tenne in mano la torcia, ha ricostruito le varie fasi del ritrovamento. “Musso conosceva Mannino che era in Polizia. Lui era di servizio quel giorno della strage. Ricordo che andammo in macchina sulla statale ed una volta posteggiata l'autovettura scendendo a piedi da una traversina verso l'autostrada cominciammo a guardarci attorno così come facevano tutti i presenti. Eravamo nel lato monte. Eravamo distanti diversi metri dal cratere e vediamo questa torcia. Così ci recammo da Mannino che si trovava più avanti e poco dopo arrivò anche un ufficiale di polizia giudiziaria”.

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21

Set

2014

Stato-mafia, tutti gli intrecci tra 007 e pentiti a libro paga PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
 
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza- 21 settembre 2014

L’intercettazione è chiara e il suo contenuto viene definito da chi indaga “inequivocabile”: Sergio Flamia, killer della famiglia di Bagheria, racconta al figlio i suoi rapporti, pluriennali, con un esponente dei servizi segreti dai quali, davanti ai pm, ammette di essere stato stipendiato, circa 150 mila euro. Rapporti intensi, risalenti a meno di una decina di anni fa e proseguiti sino al 2013, anno dell’avvio della sua collaborazione con la giustizia, come riferisce lo stesso pentito, e oggi riletti dalla Procura di Palermo alla luce di una frase pronunciata da Flamia che rimette in discussione l’intero impianto accusatorio della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel ’95: “Ilardo lo tenevamo lontano perché era un confidente”. I magistrati lo considerano l’ultimo siluro alle indagini sulla trattativa Stato-mafia proveniente dai servizi e sul neo collaboratore hanno avviato una serrata attività di indagine che verrà depositata a giorni nel processo d’appello agli ufficiali del Ros Mori e Obinu.   
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21

Set

2014

‘Ndrangheta, il sindaco: 'A Brescello non c’è'. E il boss Aracri 'è educato' PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione ilfattoquotidiano.it   
di Redazione ilfattoquotidiano.it - 20 settembre 2014

“La criminalità organizzata? A Brescello non c’è”. Lo dice Marcello Coffrini, sindaco Pd del paese in provincia di Reggio Emilia. L’intervista è stata pubblicata dalla webtv Cortocircuito ed è parte del loro ultimo documentario “La ‘ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana“. Il primo cittadino parla della realtà locale negando che ci siano “mai state denunce per estorsione o ricettazione”. E poi descrive come “una persona educata e composta” Francesco Grande Aracri, boss condannato in via definitiva per mafia nel 2008, soggetto a regime di sorveglianza speciale e considerato il punto di riferimento dell’ndrangheta in Emilia. La troupe di giovani studenti e giornalisti si fa accompagnare da Coffrini sui terreni sequestrati alla famiglia (beni per 3 milioni di euro). Subito vengono raggiunti da un furgoncino che chiede spiegazioni e poi dallo stesso Aracri. Il sindaco si apparta con il boss per spiegare la situazione e tornato in macchina spiega: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

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18

Set

2014

Strage dei Georgofili: la Cassazione annulla la condanna a Tagliavia PDF Stampa E-mail
Scritto da AMDuemila   
georgofili-elicotterodi AMDuemila - 17 settembre 2014

Cancellato l'ergastolo e disposto un nuovo processo d'appello

E' stata annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione la condanna all'ergastolo per la strage di via dei Georgofili inflitta al boss Francesco Tagliavia in relazione alle accuse di strage, devastazione, porto di esplosivo e furto di una macchina. Nell'attentato mafioso morirono cinque persone e tra loro due bambine, ci furono 48 feriti e vennero danneggiate 148 opere d'arte. Si dovrà così celebrare un appello bis mentre i supremi giudici, invece, hanno del tutto prosciolto lo stesso Taglliavia per gli attentati stragisti di Milano (via Palestro) e Roma (via Fauro, Velabro e stadio Olimpico). Il verdetto è stato emesso dalla VI sezione penale che ha accolto il ricorso della difesa che aveva sostenuto il vuoto probatorio a carico del boss di corso Dei Mille che era stato arrestato il 22 marzo del '93. Secondo la difesa, inoltre, non ci sono prove che Tagliavia partecipò, come invece sostenuto dal pentito Gaspare Spatuzza, alla fase ideativa della strage avvenuta nella villa di Santa Flavia.

La Procura della Cassazione, rappresenta da Luigi Riello aveva chiesto la conferma della condanna di Tagliavia emessa dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze il 10 ottobre del 2013. Secondo il pg la sentenza di condanna non era "lacunosa ma svolgeva una valutazione attenta e un ragionamento probatorio stringente" sul coinvolgimento di Tagliavia nelle stragi. Il boss aveva "un ruolo di cerniera tra la base operativa e i fratelli Graviano" ed inoltre contro di lui non ci sono solo i riscontri "di Spatuzza ma anche numerose altre testimonianze" dei pentiti. Quelle di Spatuzza, su Tagliavia, sono state delle dichiarazioni "tardive" ha ricordato lo stesso Riello ma non per questo "non credibili". Il collegio della Sesta sezione penale era presieduto da Franco Ippolito, il consigliere relatore Leo Guglielmo, e i consiglieri Anna Petruzzellis, Gaetano De Amicis e Giorgio Fidelbo. La Regione Toscana e il Comune di Firenze si sono costituiti parte civile anche in Cassazione e sono stati rappresentati dall'avvocato Danilo Ammannato che difendeva anche venti famigliari delle vittime. All'udienza in Cassazione è stata presente anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i famigliari delle vittime di via dei Georgofili.

da: AntimafiaDuemila.com

 
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Petizione Agostino

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